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Il cyborg che è in me
Trent’anni: la mente estesa nel silicio,
novello guscio che orienta e ricorda.
Il ciclo perituro del carbonio ha da finire:
più non mi basta un corpo ed un cervello,
essere un ente, una mia propriocezione
di carne e sangue, possesso meramente di me stesso.
Ardo di diventare un hardware,
in cui sinapsi e bit parlan la stessa lingua,
puri segnali che riducon l’entropia.
Non cerco la violenza di Sergej,
non brucia in me la furia di vendetta.
L’innesto inseguo alla base del pensiero:
un minimo chip, infinitesimale,
che miliardi di mondi dischiude;
e un guanto digitale che si fa pelle
in luogo della mano.
Vedo la corteccia prefrontale
scandire estesamente la realtà
con ampia prospezione dello sguardo,
la retina mutata come schermo.
Il mondo entro di me, ed io nel mondo.
Sogno dendriti, neuroni di silicio
connessi ad aumentare la coscienza,
invisibili antenne già protese
a sentire i colori, vedere i suoni,
qualia inauditi, sconosciute percezioni.
Cessino pure il biologico intuitivo
e il vetusto apparato razionale,
non più res cogitans né extensa
ma un unicum di uno e altro,
homo homini deus.